E’ in momenti come questi che mi sento piccola piccola. Qualche ora fa è arrivato un terremoto. Forte, molto forte…
La mia vicina (che ha più di settanta anni) ha detto che è il terremoto più violento che lei ricordi. Non è una signora facilmente impressionabile.
Io ero in ufficio quando è arrivato, al secondo piano. Dire che me la stavo facendo addosso dalla paura rende molto l’idea anche perchè la scossa più violenta sembrava non finire mai. Grazie al cielo non ero sola e la vista dei colleghi giapponesi (che sapevano molto meglio di me cosa fare in quel momento) è riuscita a farmi mantenere un collegamento con la lucidità.
Ogni cellula del mio corpo mi urlava di correre, di scappare, di gridare. I colleghi giapponese si sono subito rifugiati sotto le scrivanie.
Mi hanno spiegato poi che è una manovra che imparano fin dall’asilo: serve a mettersi al riparo da pezzi di controsoffito, mobili, lampadari e altre cose che possono cadere. Appena la scossa si è calmata ci siamo diretti alle scale di emergenza e siamo arrivati in strada.
Non credo di aver mai vissuto un momenti di panico puro, totale e inarrestabile neppure paragonabile a quello di oggi.
Le immagini della televisione di queste ore arrivano come pugni allo stomaco, quello che ho vissuto io è niente rispetto a quello che deve essere successo più a nord, dove l’energia del terremoto era ancora al massimo della sua potenza, per non parlare del successivo tsunami.
Internet non ha mai smesso di funzionare, anche nell’efficientissimo Giappone telefoni fissi e cellulari sono andati in tilt. La corrente è mancata per qualche ora ma bene o male sono riuscita a tornare a casa. Mobili sottosopra, piatti e bicchieri caduti e scassati, parte del tetto distrutta ma ho ancora una casa, sono viva e la mia gatta sta bene.
Sono molto fortunata.